Abbiamo deciso di pubblicare, con il consenso dell’autrice, un contributo alla serata sull’integrazione del 5/9, sono libri che possono dare un punto di vista diverso, è bello sapere che le serate non restano isolate e che ognuno di noi porta con se qualcosa di nuovo.
“Ciao!
sono Alessandra, ho partecipato lunedì scorso per la prima volta ai vostri incontri. Mi è piaciuto molto la tipologia della serata e lo stile di conduzione…
Mi chiedevo se facciate una sorta di blog o spazio per le riflessioni anche post incontro (tipo il tabellone un po’ irraggiungibile in corso di incontro) per condividere idee o proposte di approfondimento. In particolare, ripensando alla questione seconde generazioni, mi sembrava interessante ricordare due testi, “lettera a mia figlia che vuole portare il velo” http://www.ibs.it/code/9788838481352/djitli-leila/lettera-mia-figlia.html e “viaggio di nozze a Teheran” http://www.qlibri.it/narrativa-straniera/romanzi/viaggio-di-nozze-a-teheran/
Il primo, un racconto-saggio, parla di una madre Algerina emigrata in Francia e del suo rapporto con la figlia adolescente, seconda generazione, priva di una precisa identità culturale che decide di costruire attraverso una riscoperta (piuttosto intransigente e fondamentalista) delle sue origini musulmane, talora rovesciandone drasticamente il messaggio originale. Molto bella la lettera di questa madre, con un percorso maieutico verso una lettura più profonda e consapevole di una realtà complessa e a volte fuorviante.
Il secondo è il romanzo autobiografico di una giornalista americana di origini iraniane (anche lei seconda generazione), collaboratrice di rinomate testate statunitensi, dedita alla presentazione delle problematiche sociopolitiche mediorientali ai lettori occidentali, con l’intento via via crescente di mostrare una realtà autentica (anche se in realtà la sua visione ha tendenza all’idealizzazione romantica) di paesi troppo spesso, a suo avviso, descritti sommariamente nella loro complessità. La protagonista decide di trasferirsi in Medio Oriente alla riscoperta del “suo” Iran, per dimostrare che non è poi così terribile e che l’Islam, con la sua cultura, la sua fede ed i suoi valori, è decisamente più ricco e fecondo di quanto possa apparire… mi spiace rubarti il finale (tra l’altro leggibile in sovracoperta) ma alla fine la giornalista emigra con marito (iraniano doc, ma laureato in occidente) e figlioletto in Inghilterra… senza comunque riuscire ancora a trovare una precisa identità (conflitto con altri gruppi etnici/religiosi di immigrati).
L’aspetto significativo, che accomuna una ragazzina adolescente con una giornalista quasi trentenne, in Europa l’una e negli USA l’altra, è a mio avviso la mancanza di identità tra essere emigrato e cittadino “reale” di un luogo, non per appartenenza burocratica ma per comprensione (da non identificare con condivisione) della cultura, delle tradizioni (sociali e religiose) e delle dinamiche sociopolitiche di un Paese, al punto da sentirlo in qualche modo il “proprio paese” se non altro per una sorta di familiarità con la sua identità. Sta a ciascuno di noi rendere “familiare” questa identità per quanti vivono nel nostro Paese come ospiti, come immigrati, come cittadini…”